Non c’è solitudine più grande di un pianoforte che ti risuona dentro il languore della sera.
Notturno di
Chopin.
Per la via
deserta rimbalzano le note, come palline, sui muri delle case, sul selciato,
sotto i larghi sporti dei tetti, e fra le colonne e i pilastri del porticato
desolato; non un’anima. Mute le finestre ascoltano il brano, più volte ripetuto. E
la mano, la mano che incespica sui tasti.
Studio.
Dai vuoti corridoi del doposcuola, da un’aula lontana - quale mai sarà quell’aula? - proviene il suono. Le scale ristanno, le trombe mute in ascolto, imitando in cuor loro il saliscendi dell’ostinato esercizio.
Al chiar di
luna.
Si può ancora
sentire una voce di là della porta. Sagome incerte filtrano come i fantasmi dai
vetri. È la voce del vecchio maestro che indica i toni, e le pause da fare.
Resta del tempo per spiare quei suoni, per ristare in attesa che ella finisca,
che riesca l’esercizio finale. Così poi verrà ad aprire, e troverà nella penombra me che l'aspetto, come un cane fedele. Seguiranno dei passi lungo la strada.
Per Elisa.
Mentre lei, il candido l’abito di cotone leggero, e candido il viso, s'accinge a suonare, ecco che suona, vien furtiva la sera. Il giovane poeta reclina il capo, corregge i suoi
ultimi versi e un fluido azzurrino pervade la stanza trafitto dagli ultimi raggi
di sole. Un denso profumo di rose e di frutta matura.
Non c’è solitudine più grande di un pianoforte che risuoni dentro il languore della sera.
anni 2000

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