Egli regnava sovrano sopra un impero sterminato. Accumulava titoli di incommensurabile grandezza. Al suo passaggio gli spiriti della casa annunciavano tra loro: “ecco il Principe dei iori!”, “Inchinatevi al Re delle Galassie!” e tutti si zittivano per il timore. Ma il piccolo imperatore che pure regnava incontrastato sulle immense pianure del Corridoio Grande, su quelle minori degli altri corridoi, e comandava sugli infidi regni delle cantine di Settentrione e Meridione, e sulle perigliose alture delle Soffitte, Lui che pure cingeva con onore ogni corona d'ogni regno, principato o ducato dell’universo intero, il piccolo supremo padrone di ogni cosa, amava vestire i panni innocenti di un bambino. O insondabili misteri della mente!
Solo gli umani non sapevano che Egli era il Sovrano: gli sciocchi umani di questo mondo... Eppure com'era possibile non riconoscere in quel bimbo il Principe dei Fiori, quando a primavera proprio per Lui sbocciavano, si aprivano le tenere corolle colorate di ogni specie presente nel giardino. E per lui le rose si ingegnavano a produrre i più soavi della terra profumi e per lui i tulipani ondeggiavano lentamente nella brezza come le onde del mare.
E come non riconoscere che Egli era nient’altri che il figlio stesso dell’Aquila Divina, giunto, sotto mentite spoglie, a dominare pure umilmente sugli umani, a difendere i deboli con vindice spada, a comminare tremende sanzioni ai malvagi e a salvare i buoni dai soprusi? Come non capire questo, quand'era evidente il manto regale che egli portava, mentre maestosa avanzava fra le immense stanze del suo impero la sua sacra, invincibile figura.
Forse lo sguardo dei mortali era tratto in inganno dal fatto che il manto pareva loro nient'altro che una vecchia coperta consumata, o forse dal fatto che l’Invincibile si mostrava ai loro occhi sotto le sembianze di un tenero fanciullo. Oh, mirabile inganno!
Essi, gli umani, non potevano vedere i mari che egli navigava, ai loro occhi solo misere tinozze da bucato, fontane da giardino, pozzanghere e vaschette, non navi solcare le onde impetuose, non sommergibili immersi negli abissi a battersi contro giganteschi mostri marini. Al più giocattoli in ammollo, barchette di plastica, e poveri di granchi comperati al mercato. Ciechi e stolidi gli umani.
Invece del piccolo Immenso Sovrano, illusione perfetta, ecco per loro un bimbo intento ai suoi giochi.
Egli, il nostro sublime imperatore, talvolta scendeva dal trono, per occuparsi di cose tremende. Accadeva spesso che si dovesse avviare un’azione di guerra, talvolta per la conquista di terre ribelli, (la fortezza della sala per esempio si sottraeva spesso al controllo dei suoi emissari, e ne scaturiva una guerra improvvisa di riconquista), altre volte per difendere i confini dell’impero da nemici insidiosi che da ogni parte tentavano di destabilizzare lo stato; così gli interventi militari si rendevano molto spesso necessari.
Le truppe schierate sul divano, o meglio ancora sul grande tavolo della camera da letto, i carri armati e gli aeroplani sul pavimento, il rullo dei tamburi e le grida di battaglia, le esplosioni, i caduti, i mezzi distrutti le fortificazioni in rovina. Poi la vittoria immancabile delle truppe imperiali, e tutto tornava al suo posto. Al termine della battaglia, appena prima di cena, le truppe riparavano nella apposite scatole di cartone, e così i mezzi corazzati, pronti le une e gli altri a nuove terribili battaglie in caso di guerra. A volte lo stesso imperatore indossava l’elmetto e combatteva in prima linea contro il nemico. La spada sguainata o il gladio, o un pilum romano e uno scudo, oppure un fucile Winchester, o una colt (se per caso lo scontro avveniva nel West), o un il mitra spianato: l’arma e la divisa seguiva a seconda dell’epoca e del nemico. Le battaglie duravano molto, si poteva arretrare chiudendo i baluardi, ma perdendo posizioni preziose, lasciando le postazioni ormai indifendibili, giù per le scale del giardino, nello studio di corsa, in fuga disperata, per poi contrattaccare e debellare il nemico con azione fulminea, e via via riprendere le posizioni perdute e riconquistare regno dopo regno, terra dopo terra, tutte le stanze e i corridoi le scale e le cantine. E ancora prima di cena riporre le armi, salutare i compagni di battaglia che tornavano nelle loro galassie lontane (anch’essi per mangiare) e mettersi a tavola. L’ordine era ristabilito e il nemico, anche per stavolta, distrutto.
Chi degli umani avrebbe potuto vedere qualcosa di diverso da un semplice gioco? Dei ragazzini che giocavano insieme, dei soldatini da non lasciare in disordine là sul pavimento, una spada di legno una pistola di metallo leggero, l’emetto di plastica verde. Ecco cosa avrebbero visto. L’immensa pianura della battaglia sembrava ai loro occhi un semplice tavolo di legno, le astronavi che solcavano gli spazi celesti alla conquista di pianeti lontani erano per loro, pensate un po’, dei tappi a corona. Occhi ciechi, menti ottuse!
I regni della casa erano perlopiù popolati di spiriti di varia natura. Pochi erano gli umani e spesso erano assenti: semplicemente sparivano dal mondo in modo poco interessante.
Gli spiriti erano invece assai più presenti nell’impero e la loro presenza aumentava con l’assenza degli umani.
Tra gli spiriti che popolavano la casa ve n’erano alcuni di veramente graziosi. È il caso della giovanissima ed eterea Alessandra; una ragazza assai bella, ma dal volto indefinito, elegante, amante del pianoforte (che sapeva suonare benissimo) e del silenzio. Compariva raramente nel mondo del giovane principe e vi compariva in ispecie quando questi si faceva malinconico, spesso nelle solitarie sere d’estate. Era solita arrivare come un soffio leggero di brezza, appena evocata, nei pressi della sala, indossava quasi sempre un abito bianco, leggero. Con un sorriso dolcissimo, si faceva vicina al principe, che era triste, e lo consolava con la sua sola presenza.
Altri spiriti erano battaglieri e portavano ordini di qua e di là dei regni, i giudici giudicavano e i combattenti combattevano.
Alcuni, pochi per la verità, erano gli amici fidati del sovrano e suoi compagni di battaglia. Tra loro ed il principe si tenevano mute conversazioni, qua e la nell’impero, ora nell’anticamera ora nello studio, talvolta in salotto. E sempre era oggetto delle loro confidenze un qualche argomento di importanza capitale per l’universo intero.
Altri spiriti erano nemici. Si infilavano col calar delle tenebre, perché temevano la luce, negli anfratti del dominio. Conquistavano, seppure in modo effimero, i regni e le ampie vallate meridionali, e le soffitte, e le cantine e il corridoio grande, sfuggendo vigliaccamente come dei topi davanti al fuoco, nel vedere una lampadina accesa, infilandosi in quel caso dietro agli angoli più bui per minacciare e origliare e bisbigliare maledizioni contro il principe e contro gli umani. Temevano assai la spada del giovane imperatore, e per questo ne stavano distanti, ma quando questi dormiva raccoglievano le forze e in massa e con gran determinazione organizzavano la loro spedizione di conquista. Salivano allora in forma di spettri mostruosi dalla cantine, occupavano di notte il corridoio grande e premevano alla porta delle scale per salire. La porta era chiusa, ma l’imperatore immerso nel sogno poteva vederla, e vedeva che la porta cedeva e che i mostri salivano dalle tenebre impetuosi irrefrenabili verso la sua casa, verso la cucina, contro la camera della madre, (povera mamma), contro, oramai, la sua stessa camera imperiale. Si svegliava di soprassalto qualche volta, per il terrore, e si ritrovava nel letto, col cuore in gola per la paura, a credere, anche lui, di essere solo e nient’altro che un povero ragazzino indifeso.