lunedì 21 agosto 2023

Delle caverne dell’orco e del passaggio tenebroso

Scendo dalla collina che ho percorso. Devo tornare a casa. È notte ormai, e la strada rupestre è scura. 
Dall’erta scorgo in fondo alla strada la curva: una roccia buia sovrasta la strada dalla parte destra, nella roccia si aprono come le orbite cave di un teschio delle grotte tenebrose. 
Accanto alla strada si apre una fossa come una pozza prosciugata, e da essa la riga profonda di un torrente in secca. Una solo passaggio è possibile ed è un ponte stretto che scavalca la fessura. 
Mi avvicino timoroso, temo l’oscurità e le presenze minacciose che essa contiene. Sono ormai sul ponte. Il ponte non è che una trave di legno squadrato, un grosso palo che sotto i miei passi scricchiola un poco. Devo fidarmi e andare avanti. Intorno a me tutto è tetro. 
La fossa e la caverna possono vomitare demoni contro di me, oppure ingoiarmi per l’eternità. Allora canto. 
La voce che esce dal mio petto è forte, angelica, chiara: “…IO SONO COLUI CHE È…” Un faro tra le mie mani illumina improvvisamente il mio cammino. Alla sua luce le grotte si rivelano essere vuote, non c’è nessuno che minacci veramente il mio passaggio. La luce che emana il mio fanale è così potente che annulla le tenebre ovunque io lo diriga.

Ora che ho oltrepassato il torrente non ho più alcun timore. Sono già sulla strada che porta a casa.

Il piccolo imperatore

Egli regnava sovrano sopra un impero sterminato. Accumulava titoli di incommensurabile grandezza. Al suo passaggio gli spiriti della casa annunciavano tra loro: “ecco il Principe dei iori!”, “Inchinatevi al Re delle Galassie!” e tutti si zittivano per il timore. Ma il piccolo imperatore che pure regnava incontrastato sulle immense pianure del Corridoio Grande, su quelle minori degli altri corridoi, e comandava sugli infidi regni delle cantine di Settentrione e Meridione, e sulle perigliose alture delle Soffitte, Lui che pure cingeva con onore ogni corona d'ogni regno, principato o ducato dell’universo intero, il piccolo supremo padrone di ogni cosa, amava vestire i panni innocenti di un bambino. O insondabili misteri della mente!

Solo gli umani non sapevano che Egli era il Sovrano: gli sciocchi umani di questo mondo... Eppure com'era possibile non riconoscere in quel bimbo il Principe dei Fiori, quando a primavera proprio per Lui sbocciavano, si aprivano le tenere corolle colorate di ogni specie presente nel giardino. E per lui le rose si ingegnavano a produrre i più soavi della terra profumi e per lui i tulipani ondeggiavano lentamente nella brezza come le onde del mare.

E come non riconoscere che Egli era nient’altri che il figlio stesso dell’Aquila Divina, giunto, sotto mentite spoglie, a dominare pure umilmente sugli umani, a difendere i deboli con vindice spada, a comminare tremende sanzioni ai malvagi e a salvare i buoni dai soprusi? Come non capire questo, quand'era evidente il manto regale che egli portava, mentre maestosa avanzava fra le immense stanze del suo impero la sua sacra, invincibile figura.

Forse lo sguardo dei mortali era tratto in inganno dal fatto che il manto pareva loro nient'altro che una vecchia coperta consumata, o forse dal fatto che l’Invincibile si mostrava ai loro occhi sotto le sembianze di un tenero fanciullo. Oh, mirabile inganno!

Essi, gli umani, non potevano vedere i mari che egli navigava, ai loro occhi solo misere tinozze da bucato, fontane da giardino, pozzanghere e vaschette, non navi solcare le onde impetuose, non sommergibili immersi negli abissi a battersi contro giganteschi mostri marini. Al più giocattoli in ammollo, barchette di plastica, e poveri di granchi comperati al mercato. Ciechi e stolidi gli umani. 
Invece del piccolo Immenso Sovrano, illusione perfetta, ecco per loro un bimbo intento ai suoi giochi.

Egli, il nostro sublime imperatore, talvolta scendeva dal trono, per occuparsi di cose tremende. Accadeva spesso che si dovesse avviare un’azione di guerra, talvolta per la conquista di terre ribelli, (la fortezza della sala per esempio si sottraeva spesso al controllo dei suoi emissari, e ne scaturiva una guerra improvvisa di riconquista), altre volte per difendere i confini dell’impero da nemici insidiosi che da ogni parte tentavano di destabilizzare lo stato; così gli interventi militari si rendevano molto spesso necessari.

Le truppe schierate sul divano, o meglio ancora sul grande tavolo della camera da letto, i carri armati e gli aeroplani sul pavimento, il rullo dei tamburi e le grida di battaglia, le esplosioni, i caduti, i mezzi distrutti le fortificazioni in rovina. Poi la vittoria immancabile delle truppe imperiali, e tutto tornava al suo posto. Al termine della battaglia, appena prima di cena, le truppe riparavano nella apposite scatole di cartone, e così i mezzi corazzati, pronti le une e gli altri a nuove terribili battaglie in caso di guerra. A volte lo stesso imperatore indossava l’elmetto e combatteva in prima linea contro il nemico. La spada sguainata o il gladio, o un pilum romano e uno scudo, oppure un fucile Winchester, o una colt (se per caso lo scontro avveniva nel West), o un il mitra spianato: l’arma e la divisa seguiva a seconda dell’epoca e del nemico. Le battaglie duravano molto, si poteva arretrare chiudendo i baluardi, ma perdendo posizioni preziose, lasciando le postazioni ormai indifendibili, giù per le scale del giardino, nello studio di corsa, in fuga disperata, per poi contrattaccare e debellare il nemico con azione fulminea, e via via riprendere le posizioni perdute e riconquistare regno dopo regno, terra dopo terra, tutte le stanze e i corridoi le scale e le cantine. E ancora prima di cena riporre le armi, salutare i compagni di battaglia che tornavano nelle loro galassie lontane (anch’essi per mangiare) e mettersi a tavola. L’ordine era ristabilito e il nemico, anche per stavolta, distrutto.

Chi degli umani avrebbe potuto vedere qualcosa di diverso da un semplice gioco? Dei ragazzini che giocavano insieme, dei soldatini da non lasciare in disordine là sul pavimento, una spada di legno una pistola di metallo leggero, l’emetto di plastica verde. Ecco cosa avrebbero visto. L’immensa pianura della battaglia sembrava ai loro occhi un semplice tavolo di legno, le astronavi che solcavano gli spazi celesti alla conquista di pianeti lontani erano per loro, pensate un po’, dei tappi a corona. Occhi ciechi, menti ottuse!

I regni della casa erano perlopiù popolati di spiriti di varia natura. Pochi erano gli umani e spesso erano assenti: semplicemente sparivano dal mondo in modo poco interessante.

Gli spiriti erano invece assai più presenti nell’impero e la loro presenza aumentava con l’assenza degli umani.

Tra gli spiriti che popolavano la casa ve n’erano alcuni di veramente graziosi. È il caso della giovanissima ed eterea Alessandra; una ragazza assai bella, ma dal volto indefinito, elegante, amante del pianoforte (che sapeva suonare benissimo) e del silenzio. Compariva raramente nel mondo del giovane principe e vi compariva in ispecie quando questi si faceva malinconico, spesso nelle solitarie sere d’estate. Era solita arrivare come un soffio leggero di brezza, appena evocata, nei pressi della sala, indossava quasi sempre un abito bianco, leggero. Con un sorriso dolcissimo, si faceva vicina al principe, che era triste, e lo consolava con la sua sola presenza.

Altri spiriti erano battaglieri e portavano ordini di qua e di là dei regni, i giudici giudicavano e i combattenti combattevano.

Alcuni, pochi per la verità, erano gli amici fidati del sovrano e suoi compagni di battaglia. Tra loro ed il principe si tenevano mute conversazioni, qua e la nell’impero, ora nell’anticamera ora nello studio, talvolta in salotto. E sempre era oggetto delle loro confidenze un qualche argomento di importanza capitale per l’universo intero.

Altri spiriti erano nemici. Si infilavano col calar delle tenebre, perché temevano la luce, negli anfratti del dominio. Conquistavano, seppure in modo effimero, i regni e le ampie vallate meridionali, e le soffitte, e le cantine e il corridoio grande, sfuggendo vigliaccamente come dei topi davanti al fuoco, nel vedere una lampadina accesa, infilandosi in quel caso dietro agli angoli più bui per minacciare e origliare e bisbigliare maledizioni contro il principe e contro gli umani. Temevano assai la spada del giovane imperatore, e per questo ne stavano distanti, ma quando questi dormiva raccoglievano le forze e in massa e con gran determinazione organizzavano la loro spedizione di conquista. Salivano allora in forma di spettri mostruosi dalla cantine, occupavano di notte il corridoio grande e premevano alla porta delle scale per salire. La porta era chiusa, ma l’imperatore immerso nel sogno poteva vederla, e vedeva che la porta cedeva e che i mostri salivano dalle tenebre impetuosi irrefrenabili verso la sua casa, verso la cucina, contro la camera della madre, (povera mamma), contro, oramai, la sua stessa camera imperiale. Si svegliava di soprassalto qualche volta, per il terrore, e si ritrovava nel letto, col cuore in gola per la paura, a credere, anche lui, di essere solo e nient’altro che un povero ragazzino indifeso.

Da qui si vedono le vele

Da qui si vedono le vele.
grigie vele di roccia, ferme da millenni
al porto dell'eternità,
si vedono candide vele di neve,
pronte a salpare per orizzonti infiniti e lontani,
si vedono i gonfi velami delle nubi,
bianchi bastimenti che attraversano il cielo
da oriente a occidente.

Da qui si vedono le vele.

febbraio 2009



Per una manciata di stelle (Notte di San Lorenzo)

Per una manciata di
stelle cadenti
vendemmo il nostro cuore
in quella notte…

Furono sogni di seta
ed illusioni e cavalli selvaggi
liberi tra i boschi e le colline

e per non morire infelici
giocammo anche i nostri pensieri

Soltanto tu continuasti
ad amare la vita
a coltivare il ricordo
come un fiore prezioso

Soltanto tu vedesti
il nostro cielo
sgretolarsi a pezzo a pezzo
e cadere all'inferno.

1983

Vanno i sentieri

Vanno i sentieri in direzioni
inesplorate
vanno vanno

Io aspetto accanto all'autunno.

Ore di sabbia vedo scivolare piano
senza un pentimento
senza una ragione

In quel cadere
che mai s'arresta
vanno i sentieri
coperti di foglie colorate
e i volti immersi
nei pensieri

Dammi un nome, o nostalgia d'eterno,
un nome che sia profondo,
e profondamente mio.
Dammi il tuo nome, o Dio

Come le foglie si macera
il mio tempo
mentre ti parlo...

Volando tra i rami (I corvi)

I corvi

Volando tra i rami
giungono i corvi a sera.

Come un freddo invernale
come un notturno timore
come il bagliore del lampo
che filtra gli scuri
così sono loro
sui miei pensieri

1992

Fuori che i suoi occhi erano scuri

Fuori che i suoi occhi erano scuri
e chiari erano i miei
fuori che mai ci dicemmo addio
e che sul fiume lasciammo a sospirare il vento...

tutto fu come una poesia
una canzone mai cantata
un film in bianco e nero

Le dissi t'amo
ma è tardi ormai, lo so
mi disse
è tardi...
e se ne andò

1988

Ha il volto

Ha il volto banale d'un uomo spento
o di una donna
ed è terribile
ed è noioso come una mosca.

Ha il volto dell'enigma
(quante volte l'ho visto senza capire)
ed è un grido soffocato

È un rantolo
e poi il silenzio.


anni '10

Dove li conservi i ricordi

Dove li conservi i ricordi
tu che la notte non sai riposare
tu che fuggi la notte
e voli sui tuoi labirinti
Dove li metti i ricordi?

Tu, che una fortezza fu la tua casa
ed una strada grigia d'asfalto
sporca di polvere
e di sangue rappreso

Tu, che le rughe imprimi
sul viso dei passanti,
senza pietà.

Dove li conservi tutti quei volti,
e le voci e gli amori,
e le navi passate per tutti quei mari
e gli abbracci e i bocconi
le madri i padri e i figli e le stelle
tutte le stelle che hanno veduto
i miei poveri occhi?

23 giugno 2015

Si perde il bastimento (America)

America

Si perde il bastimento
nel grande mare.

Balene e delfini
e cormorani
d'argento

Si perde l'amore
si perde la vita
nel mare lontano.

Mai più io tornerò

17 ottobre 2012

O giorno eterno

O giorno eterno  o interminabile ora alba e meriggio vespro e tramonto O coro d'angeli, luminoso, e di umani rapita è l'anima in te ...