Infine Gulliver smise di naufragare.
In un mare largo e grigio, senza né onde né maree, si lasciò andare alla deriva.
Non fu un naufragio, stavolta, ma solo un dolce scivolìo, uno scorrere lento sulle acque tranquille del riposo, dentro l’aria ovattata di un tenero oblio.
Anche la scienza, infine, se ne andò, e lui fu solo. Dalla barca caddero in mare, giù giù nel profondo, le piccolezze dei nani, e le grandezze dei giganti. Cadde la saggezza dei cavalli e qualche mongolfiera senza far rumore s’inabissò.
Gulliver smise di naufragare e di incontrare isole lontane e genti misteriose. La sua barca azzurrina, senza né vele né motore, si spinse via leggera, come sospesa sul pelo dell’acqua, come mossa da una brezza soave, da un nulla, scivolò verso la luna.
Un candido disco di platino emergeva, infatti, in quel momento dalla linea scura dell’orizzonte, e verso quello, verso la luna egli andava scivolando. Ma andava la sua barca, in verità, più che verso la luna, incontro all’Infinto, incontro a un Mistero così profondo e grande che mai nessun nano lo avrebbe penetrato, e nessun gigante lo avrebbe posseduto, né un cavallo saggio vi avrebbe potuto pascolare, né un volenteroso scienziato indagare.
Di Gulliver rimase scritto sulle pagine di un libro, e in qualche canzone che ancora si canta. Ma di che cosa egli vedesse al di là dell’orizzonte bruno, al di là della bianca luna, mai non si seppe. Né mai si poté sapere cosa andasse dicendo sottovoce ai fantasmi del mare, ai pesci e alle balene, alle brezze e ai venti di passaggio. Se egli raccontasse loro di isole inventate, di mirabili avventure, dei nani e dei giganti dei quali egli fu il trastullo e dei pazzi con la testa persa fra le nuvole, degli utopisti e dei filosofi che incontrò viaggiando. Non si seppe nulla più di lui. Ma si sa, e questo è certo, che non naufragò mai più.
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