Pedageron scrive dal fronte
Sono vecchio
mia cara, ci son già duemila anni che pesano sulla mia schiena, pure i miei
occhi di bambino non t’ingannano, perché è ciò che sono: un fanciullo di
duemila anni compiuti.
Sono secoli
che guardo questo fiume scorrere al mare e secoli che ne conto una ad una le
gocce, e i cadaveri a passare, e i tronchi di querce abbattute dal tempo,
galleggiando essi sulle onde. Ascolto la voce delle ninfe, come ascolto la tua,
mia cara, e desidero le stelle come una volta. E di perdermi tra le nubi come
un uccello.
Ma dal fronte
tra queste crode sento la tua voce. Leggo le tue parole.
Mi manchi mia
cara, ora che le tue mani e i tuoi baci si son fatti un ricordo. Mi manchi come
mancano i sogni alla dura realtà.
Ti ho
chiamata Sophie per confondermi ancora. Ho sognato un paradiso per sentirti di
meno. Per illudermi ancora.
Perché son
troppo vecchio per ritornare a valle, per ripartire verso altre cime. E troppo
giovane per abbandonare il fronte, mentre la guerra contro le cose si fa più
severa.
Ti scrivo
lettere da quest’esilio. Cerco conforto nelle tue parole. Ti leggo come ti
leggerebbe un vecchio, ti guardo nelle figure come farebbe un bambino. Mi
manchi, mentre si attende improvviso un attacco che però non viene.
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