«Signore, è arrivato il messo imperiale. »
«In queste condizioni che siamo? Ma come diavolo avrà fatto a venire fin qui? »
«Non lo so signore, ma è di la che l’attende. »
«E va bene, fallo entrare e poi raggiungi gli altri sugli spalti.»
«Agli ordini signore!»
Il tenente Angeli entrò nella stanza e salutò portando la mano al berretto.
«Non mi aspettavo un messo, tenente, è da tanto che non se ne vede uno quaggiù in frontiera. A dire il vero qui non ci aspettiamo più nulla, solo di morire. Ha visto che sfacelo è la fortezza?»
Il tenente non si era mosso dall’ingresso, pareva una statua di cera, rigido e segnato da uno strano pallore. Lo si sarebbe detto malato, ma anche così, forse per l’eleganza della sua divisa turchina, forse per i lineamenti del volto decisamente belli, forse per la sua giovinezza, aveva un aspetto che rimaneva immensamente lontano dallo squallore in cui si trovava immerso. La sua bellezza e la sua eleganza lo rendevano alieno ai volti scavati dei soldati, alle loro divise logore, e al complessivo senso di sfacelo che caratterizzava ogni angolo dell’avamposto.
Il capitano notò la rigidezza e scambiandola per impazienza sbottò:
«Su avanti, mi dia gli ordini che deve darmi e si levi dai piedi, almeno lei che può.»
«Capitano, gli ordini lei li conosce già, sono “Resistere fino all’ultimo uomo, non cedere la bandiera, tenere le posizioni.”»
«E allora, non sarà mica per questo che lei è venuto fin qui? Solo per dirmi questo?
«Venga tenente, guardi, guardi là fuori… Ecco i bastioni della fortezza visti da questa parte, li vede? Bello spettacolo vero? Non c’è quasi più nulla ormai… Il nemico entra ed esce come vuole. Muri crollati, macerie.»
Così dicendo spinse col braccio il giovane ufficiale verso una feritoia e gli indicò i resti dei bastioni meridionali.
«I caduti non si seppelliscono neanche più. E guardi, guardi là, lo vede quello straccio schifoso, quella cosa lassù che cenciola verso il basso come un fazzoletto sporco? Ecco quella, quella roba, è la nostra bandiera… Lo vede Angeli, non ha più senso che lei venga a riferirmi dei vecchi ordini risaputi in questo avamposto disgraziato.
«Non lo sa il nostro imperatore che qui siamo tutti perduti ormai, che qui siamo già morti e sepolti da un bel pezzo?»
«Capitano…»
«No aspetti, tenente, aspetti le voglio far vedere ancora una cosa: ecco, guardi dalla torretta, ecco là, li vede quei pochi uomini malconci? Quelli sono tutto il contingente che ho a disposizione per… per, come dice lei, “resistere fino all’ultimo, per non cedere la bandiera” – ah, la bandiera!- e per “tenere le posizioni.”»
«Capitano sono venuto a dirle che la fortezza non è perduta. L’imperatore sta mandando i rinforzi, batterie leggere e pesanti e nugoli di cavalleggeri, e file immense di fanti ben armati che già sono in marcia per raggiungervi.
«E non è tutto capitano, presto anche lei potrà tornare alla capitale, perchè il nostro amato sovrano la vuole incontrare. Ecco, questo le dovevo dire.»
Il capitano tacque, guardò le mura sbrecciate. In quel momento una cannonata nemica fece crollare l’ultima torretta. Vi era un ritmo regolare di botti e di crolli.
Le mosche ronzavano girando come delle ossesse per la stanza sbattendo qua e là come impazzite. Nel fosso sotto la santabarbara a nugoli densi si alzavano e si posavano sui cadaveri ammucchiati. Dai muri sporchi di sangue, dalle postazioni cadute, da sotto le macerie proveniva un intenso odore di morte, di sangue raffermo, che pervadeva ogni recesso della fortezza.
Gli ultimi soldati barcollavano ubriachi, incespicano cantando bestemmie e oscenità e finivano col crollare sui i feriti e sui cadaveri insepolti. Di là del muro, da oltre il vallo, si udiva l’odiosa raffica delle risate, grasse, bestiali, divertite dei nemici. Risate cattive.
«Ma cosa mi sta dicendo tenente? Cosa diavolo mi sta dicendo? Ma che cosa vuole salvare di questo schifo, il nostro sovrano? Ma non lo vede che non c’è più nulla da salvare?»
«Tenente!» Grida il capitano «Tenente, io non ho più una fortezza, dica al nostro imperatore che qui tutto è perduto, che le sue truppe arrivano tardi. Che questo posto è un letamaio, gli dica, indegno del suo nome! Gli dica piuttosto di aver pietà di questo capitano e dei suoi soldati. Gli chieda semmai di far seppellire i nostri corpi, senza onori, giusto giusto che i corvi smettano di farne questo macabro scempio.
«Io l’ho persa la mia guerra, ho perso la mia fortezza, e i miei uomini, ho perso tutto! Dica questo al nostro amato imperatore. E gli dica anche che non ho servito bene né lui né la patria. Che ho fallito che ho sbagliato, che sono stato ingannato come un bambino, che non ho vegliato a dovere. Mi sono lasciato tradire come un idiota. E poi... e poi basta, tenente, basta! stiamo solo perdendo il nostro tempo, e non è bene, anche oramai se il mio non vale un granché.
«Se ne vada fin che è in tempo, tenente; vada via di qui, lei ha finito la sua missione, torni alla capitale a riferire della sconfitta. Le armate dell’impero forse trionferanno, ma non per noi che non le vedremo più.
«Non dica così capitano, abbia fiducia, il nostro…»
«Fiducia? », lo interruppe il capitano, «Ecco, Angeli, questo sangue che macchia la mia camicia, lo vede? Fu tre giorni fa, la fucilata di un cecchino mentre osservavo la collina, e adesso è tutto infetto. Tra poco io sarò morto, durerò un giorno o forse due, ma non ho speranze. Che fiducia vuole che abbia? Anzi sa che le dico tenente?
E così dicendo il capitano infilò la mano in una tasca e ne estrasse un oggetto rosso e lucente
«Questa è la mia croce, ecco Angeli, la prenda e la restituisca al nostro sovrano. E gli dica che non ne sono stato degno, ai generali dica che non …»
Ma non finì la frase, sospirò, tacque e abbassò lo sguardo. La mano porgeva la croce al tenente, ma questi, dopo un istante di esitazione, portò la mano al berretto.
«Agli ordini, capitano» disse, girò su se stesso e si avviò verso la porta.
Appena fu uscito la voce del capitano risuonò cupa alle sue spalle.
«Aspetti tenente, aspetti... »
«Dica capitano… »
«Faccia sapere al nostro imperatore che attendiamo con fiducia il suo aiuto.»
«Agli ordini signore.» rispose il tenente con un sorriso sulle labbra. E se ne andò.
Appena giunse l’alba un pallido raggio di sole penetrò la caligine e il polverìo denso dei bastioni disfatti. Da lontano, da nord, si sentiva venire un crescente fragore di trombe e di tamburi. Finalmente una sentinella mandò uno scomposto segnale di esultanza.
30 agosto 2008

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