lunedì 8 dicembre 2025

Lettera alla madre (di S. Quasimodo)

Mater dolcissima, ora scendono le nebbie, 
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve; 
non sono triste nel Nord: non sono in pace con me, 
ma non aspetto perdono da nessuno, 
molti mi devono lacrime da uomo a uomo.
So che non stai bene, che vivi 
come tutte le madri dei poeti, 
povera  e giusta nella misura d'amore 
per i figli lontani. 
Oggi sono io che ti scrivo:
Finalmente, dirai, due parole di quel ragazzo 
che fuggì di notte
con un mantello corto e alcuni versi in tasca.
Povero, così pronto di cuore lo uccideranno 
un giorno in qualche luogo.
Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo di treni lenti 
che portavano mandorle e arance, 
alla foce dell'Imera, 
il fiume pieno di gazze, di sale, d'eucalyptus.

Ma ora ti ringrazio, questo voglio, dell'ironia 
che hai messo sul mio labbro,
mite come la tua. 
Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te, 
per tutti quelli che come te aspettano, e non sanno che cosa.
Ah, gentile morte, 
non toccare l'orologio in cucina che batte
sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante,
su quei fiori dipinti: non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde?
O morte di pietà, morte di pudore.
Addio, cara, addio, mia dolcissima Mater.

Salvatore Quasimodo

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